venerdì, 16 maggio 2008

A distanza di giorni frugo tra i ricordi della mia recente degenza, e li trovo un po’ confusi. Questo perché stavolta ho avuto un risveglio piuttosto lungo dall’anestesia, e per una giornata intera ho vaneggiato. Faccio un rapido elenco di alcune cose che sono successe, ma forse solo nella mia testa.

L’infermiera-degente: ha violato sistematicamente tutte le regole, dal digiuno pre e post-operatorio, alla sopportazione notturna degli altrui rumori. Nel cuore della notte si è alzata chiedendo di firmare per tornarsene a casa. Voleva farsi le punture da sola. Voleva fumare. Ha litigato furiosamente con l’infermiere del turno di notte, che le ha mosso la pesante accusa di non portare onore alla categoria. Noi altre pazienti, incapaci di farci le punture da sole e piuttosto timorose di infrangere i tabù ospedalieri, per fortuna non siamo state tirate in ballo nella questione. Mah, forse l’ho solo sognata.

Le api operose: uno sciame di piccole zelanti allieve infermiere, che simultaneamente ci hanno pulito, medicato, e fatto piccole punture. A una signora operata alla testa hanno anche confezionato un delizioso turbante di garza, che l’ha messa decisamente di buon umore. Poi sono uscite soavemente, così come erano entrate, con un delizioso brusio. Probabilmente vere.

I dottori carini: mi vergogno un po’ a scrivere questa cosa, neanche fossi una fan di tutte quelle fiction ospedaliere che si vedono in tv (ebbene, lo ammetto, lo sono). Sono stati innocuo oggetto di grandi momenti di complicità femminile. Su questo, ci metterei la mano sul fuoco.

Mia madre: presenza costante ed eroica, tanto da farsi numerosi amici e qualche ottimo nemico. Ha vigilato costantemente sui miei dolori e sulle mie allergie (da ricordare: quando sei allergico ad un comune disinfettante, anche se sulla tua cartella clinica è scritto a lettere cubitali, ogni persona che ti si avvicina con un batuffolo in mano potrebbe essere in possesso di un’arma impropria). Nel mio delirio l’ho sgridata più volte perchè secondo me si era dimenticata di respirare (giuro). Assolutamente reale.

Mio fratello: con lui ho avuto una delle conversazioni più assurde degli ultimi trent’anni, su amici e conoscenti, fedelmente riportatami nei giorni seguenti. Per fortuna che ero veramente sotto l’effetto delle droghe. Insomma, roba da non credere.

E poi ci sarebbe anche altro, ma per oggi ho finito l’autonomia.
Sento ancora la voce del mio dottore preferito: “A casa divano e letto, Julia, mi raccomando!”
E va bene, obbedisco.

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categoria:personaggi, camici bianchi, ridere soprattutto
giovedì, 15 maggio 2008

E finalmente sono a casa, un po’ pesta, un po’ fasciata, ma molto più serena. Entrando qui, per prima cosa, ho respirato a pieni polmoni quell’odor di bambinucci che mi era tanto mancato in questi giorni, però ora, paradossalmente, ho una specie di sindrome di Stoccolma nei confronti dell’ospedale.
Forse devo darmi un po’ di tempo, del resto un pezzetto di Chirurgia Plastica e Ricostruttiva  me lo porto ancora addosso: ho ancora due drenaggi, che mi trascino dietro in una borsa di tela, e un corpetto rigido che neanche Madonna nei suoi momenti migliori. E sotto, che dire…qualcosa è cambiato! Al di là del risultato estetico, che non ho ancora avuto modo di valutare bene, mi sento diversa. Confermo che questo intervento non ha nulla a che fare con il precedente: c’è uno spirito differente, i dottori sono molto professionali ma più rilassati, e il cancro è ancora presente nei discorsi, ma ci si sforza tutti di considerarlo veramente come un nemico sconfitto. Le vicine di letto sono donne che hanno già combattuto, ognuna con la sua storia da raccontare. Insieme abbiamo riso e abbiamo pianto, ci siamo fatte forza e tenute tanta compagnia. Così adesso ho tanti altri incontri e momenti intensi da aggiungere a tutti quelli che ho vissuto quest'anno, e che non dimenticherò mai.
Ora, con le opportune cautele, cercherò solo di farmi coccolare. Bisogna contenere l’entusiasmo delle piccole (niente salti sulla mamma, please), e temo che non sarà facile. Non devo fare sforzi, non devo cucinare, non posso guidare, e a me il riposo forzato non piace molto.
Ma sono a casa mia, e sono tanto contenta.

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categoria:tumore al seno, camici bianchi, le mie principesse, vera bellezza
domenica, 11 maggio 2008

lupoinprogressHo passato un fine settimana abbastanza intenso, tra commissioni da sbrigare, lavori da concludere, cibo da preparare (come tutte le madri italiane, temo anch'io che in mia assenza la famiglia deperisca rapidamente). Venerdì mi sono procurata la più grossa ustione alla lingua che io ricordi, tanto che per due giorni non sono quasi riuscita a parlare. Oggi poi me ne sono stata rintanata in casa, a causa di un semplice raffreddore, ma non potevo rischiare di far saltare tutto per due linee di febbre. Così ho vagato tutto il giorno in casa mia come un'estranea, concentrandomi sul lavoro e sulla valigia, e poco o nulla su di me. Ho ancora indosso il pigiama da stamattina, tanto per calarmi per bene nella parte della ricoverata. Ora mi sembra che sia tutto pronto, e mi rimane solo il momento del blog, prima di andare a nanna.

Mi rimane anche un po' di paura: paura dell'intervento, ma anche di non essere operata per qualche disguido. Ho paura di vedere il mio corpo trasformato per la seconda volta nel giro di un anno. Ho paura dell'ospedale, delle flebo nelle mie vene malandate, dell'anestesia e del risveglio. Mi urta l'idea di stare lontana dalle mie figlie. Ne abbiamo parlato, sembra l'abbiano presa bene. Ho cercato di vendergliela con entusiasmo: sanno poco o nulla della malattia, ma hanno capito che dopo starò meglio e potremo andare più spesso al parchetto. La principessa grande ha detto che secondo lei presto mi cresceranno anche dei capelli lunghissimi, e questo mi ha fatto stare un po' male, perchè non saprò mai cosa rimarrà nelle loro testoline, di tutto questo periodo. Ma l'importante è stare bene, il resto si supera. Le principesse vedono l'ospedale come un luogo in cui si guarisce, perchè questo è il modo con cui abbiamo sempre affrontato la questione. Io ho scelto di parlargliene, anche se con un linguaggio adatto a loro, e qualche volta mi chiedo se ho sbagliato, soprattutto se percepisco che non sono del tutto serene.

Ma torniamo ai grandi preparativi: nel mio trolley giallo limone ci sono tre libri, uno per ogni possibile gradazione di umore, tante monetine, qualche foto, i due pigiami nuovi racimolati a Natale, e il resto che serve. Purtroppo non mi porto il PC, e non sono tecnologicamente evoluta per quanto riguarda i cellulari, quindi salterò qualche post. Per qualche giorno avrò un numero che mi identificherà quasi completamente, e soprattutto sarò in completa balia di mia madre. Meglio non pensarci.

Adesso vi saluto, ma torno presto, stavolta vado solo a farmi bella.

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categoria:tumore al seno, le mie principesse, lavoro e altri compiti, vera bellezza, il mio orizzonte
venerdì, 09 maggio 2008

Il seguente post è ad elevato contenuto medico-ospedaliero e contiene punte di ironia caustica, quindi siete avvisati. A voi la scelta se proseguire oltre.
Ieri sera alle venti arriva una sinistra telefonata, raccolta da mio padre mentre io ero all’Esselunga a comprare le zucchine biologiche: in pratica mi dicono che oggi alle tredici mi devo presentare nel reparto di Chirurgia Plastica, perché potrebbero esserci dei problemi di approvvigionamento delle mie protesi, e devono fare alcune considerazioni insieme a me. Ora, una telefonata della Chirurgia Plastica non mi provoca certo lo stesso batticuore di una dell’Oncologia, ma devo ammettere che stanotte ho dormito male. Stamattina quindi sono uscita un po’ prima dal lavoro, dopo aver salutato tutti ed essermi presa una buona dose di in bocca al lupo. All’una arrivo al Policlinico, parcheggio in qualche modo e decido di prendere il portatile con me, perché non mi fido di lasciarlo in macchina (tra l’altro è della ditta, e se lo perdo son guai).
Ansimando sotto la canicola, giungo finalmente all’ascensore. Un’infermiera carica di pratiche, dopo avermi osservato insistentemente durante l’interminabile attesa, mi sorride e mi dice: “Sai, hai un bellissimo taglio di capelli”. Guardo i suoi capelli ricci, lunghi e ribelli, tali e quali ai miei pre-chemio. Sono tentata di dire la verità, però mi trattengo: è gentile, non voglio farle capire che razza di gaffe ha fatto. E continua: “Vorrei tagliarli anch’io così, ma non ho il coraggio. Forse lo farò, con il caldo.” Le dico: “Capisco, una volta li avevo anch’io lunghi così. Corti sono comodi, ma…”, e non riesco a finire perché sono già arrivata al mio piano. Saluto e mi perdo immediatamente. Hanno cambiato la disposizione dall’ultima volta che sono venuta qui, e le visite le ho sempre fatte in un’altra palazzina. Inizio a girare da una parte all’altra chiedendo informazioni, e noto subito una punta di ostilità che non riesco bene a decifrare. Mi rispondono tutti sbrigativamente: il dottore non c’è, siamo in pausa pranzo, si sieda là, forse dopo avrà tempo, ecc. Dopo poco fortunatamente ho l’illuminazione, entro decisa in segreteria e mi spiego meglio. Finalmente vedo un sorriso e sento qualcuno che mi cerca il medico. Dopo poco arriva il chirurgo, e alla sua prima occhiata perplessa, prevengo la domanda: “Lo so, sembro un rappresentante farmaceutico”.
“Stavo per dirtelo. È un miracolo che tu sia giunta fin qui. Come mai ti porti dietro quel borsone?”
“Beh, il PC: fino a prova contraria ho ancora un lavoro”.
“Bene: ti ho fatta chiamare perché voglio consultare un mio collega prima di operarti.”
Infatti di lì a poco arriva un altro dottore, con il camice verde e un calibro in mano. Mi spoglio e seguo attentamente le loro spiegazioni, ma mentre prendono le misure mi viene da ridere.
Chiedo scusa e aggiungo: “Non avrei mai pensato che un calibro potesse essere usato per questo”.
Mi tocca qualche battuta acida sugli ingegneri, poi mi rivesto.
I dottori hanno fatto le loro valutazioni, e l’intervento si farà, ma la cosa che mi ha fatto più piacere è stato capire che ci tenevano davvero a fare un buon lavoro. Certo, so bene che il risultato non sarà perfetto, ma anche questo è un piccolo passo in più verso la normalità. Per esempio potrò di nuovo dormire a pancia in giù, mettermi in canottiera, indossare un costume da bagno non punitivo, e soprattutto dirò addio al baraccone di gomma piuma che ha assicurato la mia simmetria per tutti questi mesi. Finirà nel posto dei ricordi, insieme a Karen.
Insomma, dopo un periodo di umore ballerino, dottori e infermieri oggi sono riusciti a mettermi di buon umore, a farmi sentire meglio. Certo, solo dal momento in cui ho smesso di camuffarmi da rappresentante farmaceutico.

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categoria:camici bianchi, normale ma non banale, lavoro e altri compiti, vera bellezza
giovedì, 08 maggio 2008
Bizzarra giornata, quella di ieri. Nel pomeriggio sono andata presso una piccola-media-impresa a cercare di captare tendenze e malumori durante una riunione di piccoli-medi-imprenditori, ed ho assistito ad uno sfogo che suonava più o meno così: “Nessuno si interessa più di noi, una volta erano tutti a corteggiarci, e adesso invece pensano solo al chirurgo estetico!”. Non so cosa pensasse il mondo in generale durante la loro presentazione, ma io, in effetti, avevo rivolto più volte la mia attenzione al ricordo del mio chirurgo plastico, e al modo in cui durante la mattinata aveva soppesato pensieroso i miei volumi, davanti ai suoi tre soliti assistenti.
In sostanza, questi giorni pre-intervento sono un vero delirio: da una parte devo cercare di concludere alla svelta i lavori che ho cominciato, e dall’altra mi ritrovo a passare delle ore nelle sale d’aspetto del Policlinico, a parlare con altre donne delle nostre mammelle rifatte (questo non è un vezzo letterario, è che cerco di limitare il numero di avventori che arrivano da me speranzosi, ma non trovano nulla di ciò che cercano). Poi torno a casa e qualcuno mi informa che la principessa grande si è tagliata da sola una ciocca di capelli, mentre la pipì che la piccola ha fatto  nel nostro letto ha macchiato inequivocabilmente anche il materasso.
Tutto normale, nella sua assurdità. La vita è strana, e certi periodi sono decisamente schizofrenici. Bisognerà che lo rammenti, quando mi capiterà nuovamente di tastare il polso dell'imprenditoria locale.
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categoria:camici bianchi, le mie principesse, lavoro e altri compiti
martedì, 06 maggio 2008
mickeyminnieIn questo salotto ci sono due foto del giorno del nostro matrimonio: in una ridiamo a crepapelle, nell’altra ci teniamo teneramente la mano, mentre percorriamo delle rotaie. Con il senno di poi, quel fotografo, pur essendo pazzo, ci aveva visto giusto.
Eravamo proprio due sposini felici, assolutamente convinti del passo che stavano per compiere. Certo, non pensavamo che la classica promessa “nella buona e nella cattiva sorte, nella ricchezza e nella povertà, nella salute e nella malattia” dovesse essere presa subito alla lettera.
Faccio la furbetta, ma solo perché oggi sono scombussolata e ho la lacrima facile: mi hanno finalmente chiamato per l’intervento ricostruttivo, e devo anche organizzare un po’ di cose. E dire che, durante il corso prematrimoniale, un grillo parlante ci aveva messo la pulce nell’orecchio: godetevi veramente la giornata delle nozze, e fregatevene di tutto, del ricevimento, delle bomboniere, dei regali, del viaggio… quando ci si sposa bisogna solo sentire le campane, perché è questo che dà la forza per affrontare il resto. Cavolo d’un grillo, mi verrebbe voglia di suonargliele in testa, le campane. In questi sette anni non ci siamo fatti mancare nulla: precarietà, ristrettezze, un piccolo grande dolore, due gravidanze una dietro l’altra, altra precarietà, depressioni e nevrosi quotidiane, screzi, calzini da lavare, manie contrastanti, eccesso di lavoro, sindrome premestruale, e dulcis in fundo… ecchecaspita! Certo, ogni medaglia ha il suo rovescio: ci siamo tanto amati e coccolati, abbiamo due figlie meravigliose, sappiamo ancora ridere, ci basta ciò che possediamo, e dalla mia malattia si può guarire. Sì, a pensarci non è poco.
Da brava sposina innamorata, quindi, non posso permettere che questi nuvoloni si portino via tutto il mio rinfresco. Allora dai, bel tesoro, freghiamocene davvero di tutto: l’importante è che siamo ancora qui, e che ci vogliamo un mucchio di bene. Sai, mi piace l’idea romantica di poterti sposare ancora un po’ ogni giorno, però oggi, per scaramanzia, saranno nozze senza formule e neppure promesse. Non ne abbiamo più bisogno: ora ci basta il presente, le nostre mani da stringere, e una bella foto nuova in mezzo a tutte le altre.

Foto: Mickey and Minnie...sette anni fa erano davvero sulla nostra torta!
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categoria:sassolini, il mio principe, buona e cattiva sorte, ridere soprattutto
lunedì, 05 maggio 2008

Si diceva che quando si svuota l’armadio bisogna esserne convinti, altrimenti si rischia il pentimento. Raramente ho provato nostalgia dei capi che ho portato indosso, ma in questi giorni mi è venuta spesso in mente una felpa bianca, con la serigrafia di Bruce Springsteen. Era all’incirca il 1985, e io facevo le medie. La felpa era un regalo di mia zia, piombato nel mio guardaroba senza che io in effetti avessi mai ancora ascoltato neanche un brano di Born in The U.S.A. La sorpresa fu scoprire in un secondo tempo che Bruce in effetti mi piaceva. Per farvi comprendere al meglio quanto tutto ciò sembrasse anomalo agli occhi delle mie coetanee, basta una parola, anzi due: Duran Duran. Ricordo come fosse adesso la mia amichetta di allora, V, che era perdutamente innamorata di Simon John Charles Le Bon, da lei chiamato confidenzialmente Charlie. Aveva il diario e la camera da letto completamente tappezzati dalle riproduzioni del ciuffo biondo del suo amato. Fu lei a coniarmi carinamente il nomignolo di The Boss, che mi portai addosso come una zecca per tutte le medie. Ma era una ragazza molto dolce, e soffriva seriamente per il suo Charlie, infatti rimanemmo amiche. Ora V fa la psicologa, mentre non so nulla di quell’altra mia amica, L, molto sviluppata per la sua età, che era invece già una seguace di Vasco Rossi. Pendevo letteralmente dalle sue labbra, quando raccontava delle sue uscite con gli amici del fratello maggiore, e dei momenti in cui si mettevano a cantare La nostra relazione. Certo, io allora facevo una bella fatica a collocare la parola “relazione” nel suo giusto contesto, visto che ero ancora un esserino innocente. Poi finì la pubertà, arrivarono l’adolescenza, i ciuffoni cotonati, le spalline oversize e tutti i dischi di Madonna, e Dio solo sa come abbia fatto a sopravvivere a tutto questo. Intanto la felpa bianca finì da qualche parte, anche perché nel frattempo era diventata troppo stretta. Peccato, perchè me la metterei volentieri sulle spalle, adesso, mentre ascolto No Surrender.

Well, we made a promise we swore we'd always remember
No retreat, baby, no surrender

Bruce Springsteen No Surrender Acoustic in Toronto E Street Band 26/7/1984

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categoria:sogni e desideri, tu chiamale emozioni, amori e amicizie
sabato, 03 maggio 2008

Finalmente posso dire con una certa soddisfazione di aver raggiunto un grande obiettivo: ho un guardaroba essenziale, che sta tutto nell’armadio della camera da letto, senza più bisogno di traslochi stagionali. Per raggiungere questo impensabile traguardo ho prodotto tre sacchi da trenta litri di abiti dismessi.

Ho eliminato tutto ciò che mi sembrava eccessivo, stretto, poco portabile. Poi ho escluso i ricordi spiacevoli del tempo che fu. È stata dura, ma ora mi sento meglio. Adesso posso vestirmi in cinque minuti per qualsiasi occasione. Le camicie respirano, i pantaloni non si spiegazzano, le magliette sono impilate per colore come alla Benetton, i maglioni riposano in comodi sacchetti di plastica trasparente.
E' un miracolo, tutti i miei vestiti sembrano molto più eleganti e raffinati, e dire che bastava così poco! Con un guardaroba del genere posso passare con estrema disinvoltura dal lavoro alla passeggiata al parchetto, e conservare un aspetto appropriato per ciascuna occasione.
Ma soprattutto questo è il guardaroba ideale per compiere una rapina, vista la prevalenza di nero. Sarebbe adattissimo per svaligiare un negozio di vestiti, per esempio.

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categoria:son soddisfazioni, shoppingterapia
venerdì, 02 maggio 2008

Sulla mia cartella clinica c'è scritto: "Episodici dolori ipocondriaci di lieve entità ed autolimitantesi".
Qualcuno conosce questa patologia?
E soprattutto, è grave?

Aggiornamento: troverete la soluzione dell'enigma negli ultimi commenti.

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categoria:lucida follia, camici bianchi
giovedì, 01 maggio 2008

Continua la nostra fase bucolica. Oggi siamo andati in una fattoria didattica a vedere conigli, caprette, maiali, e già che c’eravamo abbiamo pure mangiato a quattro palmenti. Poi abbiamo concluso il pomeriggio con un gelato e un cartone in dvd per le piccine. Stasera andrò alla fiera campionaria con la cognata, ma adesso mi concedo il lusso di scrivere e pensare.
Più che altro ho bisogno di scrivere, perché i miei pensieri sono piuttosto attorcigliati, e sento che lasciarli a zonzo nella mia mente non porterebbe a nulla di buono. Bisogna ammetterlo, questi ultimi giorni per me non sono stati facili. Oggi ho persino invidiato i maialini che sguazzavano nel fango, anche se tutta questa storia mi ha insegnato che invidiare gli altri non è mai una cosa saggia.
Chiamiamole paturnie, ossessioni, o semplicemente paure, poco cambia: non riesco a distrarmi e neppure a concentrarmi. La mia conversazione è pesante, rido poco, attacco delle pezze vergognose. Mi fa rabbia l’idea di essere comunque giustificata. Mi dà fastidio vedere un’ombra di preoccupazione sul volto di chi mi vuole bene.
Non c’è molto da fare, devo solo aspettare che passi: questa altalena emotiva è una bella carogna, ma dopo un basso c’è un alto, necessariamente. Sono mesi che colgo l’alto quando si presenta, e sopravvivo negli altri momenti. Ormai l’ho capito, io vado avanti così. Mi rotolo nel fango ma sono anche un po’ felice, e prima o poi imparerò anche a grugnire.

postato da: juliaset alle ore 19:16 | Permalink | commenti (13)
categoria:lucida follia, blogterapia, tu chiamale emozioni