Sono tornata al mare,
come ti avevo promesso, ma non ti ho vista subito. Forse, in un primo momento, non ho neanche provato a cercarti. Stavo bene così, presa dalla mia nuova routine, assorta nei miei
pensieri leggeri, finché un giorno, mentre facevo la spesa da sola, ho incrociato il tuo sguardo riflesso nella vetrina. Allora mi sono decisa e ci siamo fermate a parlare un po’.
“Ciao, come va?” ti ho chiesto.
“Non c’è male,” hai risposto, “ma sono stanca. Giro sempre come una trottola. Adesso, per esempio, ho rubato un minuto e mi sento già in colpa perché è tardi, infatti devo scappare.”
Ho guardato le tue borse della spesa, e mi sono sembrate più pesanti delle mie.
Poi hai continuato: “Sai, il
lavoro non va molto bene, stiamo affrontando l’ennesima riorganizzazione aziendale. Tra l’altro ieri la babysitter ha telefonato per dirmi che al ritorno dalle vacanze non sarà più disponibile. Appena rientriamo devo cercarne un’altra, tu conosci qualcuno? Il vero problema è che vorrei stare di più con le bambine. Sto cercando un part-time, ma non si trova, almeno per la mia professione. Guarda, almeno riuscissi a dormire bene, di notte! Le nanerottole sono stupende, ma si svegliano in continuazione. La piccola è vivacissima, vuol sempre stare in braccio, e la grande è gelosa. E poi mi trascuro, non ho mai tempo per me. Non sono ancora tornata in forma dopo la gravidanze! Mi sento sfatta, non mi piaccio neanche un po’:
ho l’occhio spento e il viso di cemento. In questo modo anche la vita di coppia ne risente, ovvio. Per non parlare della vita sociale: azzerata completamente. A volte mi chiedo cosa sarà il
futuro…Scusami, sono diventata lamentosa, vero? Ok, basta parlare di me. Tu come stai? Sembri in formissima…”
“Sì,” ti ho risposto, “sono in forma. Ho anche cambiato lavoro, mi trovo bene, ho più flessibilità. Le bimbe sono cresciute, sono due donnine, ormai. E poi…Va be’, te lo dico: due anni fa ho avuto il cancro, ma ce l’ho fatta e sto bene, fino a prova contraria.”
“Mi dispiace” mi hai detto, facendo una faccia strana. “Non so che dirti, non riesco neanche ad immaginare…” hai aggiunto, con uno sguardo dolce e spaventato, e lì mi hai fatto tenerezza.
“Lo so, cara,” ho risposto. “Non ti devi dispiacere, non devi dirmi nulla e soprattutto non devi metterti nei miei panni.” Non farlo, ho pensato, non sei ancora me. Poi ti ho guardata,
fragile, ignara e indifesa, così ho aggiunto: “Adesso ti saluto. Un’ultima cosa: c’è sempre una soluzione…”
Ho fatto per toccarti la mano, ma ho sentito solo il freddo del vetro, e tu sei andata via.